Contenuti
  ABC Legnofilia
  ABC Legnofilia - Tornitura
  Patrick's Blood and Gore
  TUTORIALS
  TRUCCHI e IDEE
  MACCHINE ed ELETTROUTENSILI
  RECENSIONI UTENSILI
  ESSENZE
  FILMATI
 
Disclaimer

Image
Questa scheda di

Image

è rilasciata nei termini della licenza

Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 2.5 Italia

il cui testo completo è disponibile all'indirizzo:

http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/legalcode
(Una versione sistetica per comprenderne il senso è accessibile QUI)

Date di riferimento e soggetti detentori dei diritti sono espressamente indicati nel testo della scheda oppure in un paragrafo a parte intitolato "Detentori dei diritti".

NOTA BENE: la licenza si applica a questa scheda nella sua interezza, comprendendo quindi questo disclaimer, riferimenti completi ai detentori dei diritti, testi, immagini, disegni, contenuti multimediali, link, formattazione grafica, ecc.



L'ABC di Legnofilia


Gommalacca: questa sconosciuta...





Introduzione


La gommalacca è una resina di origine animale, proveniente da vere e proprie "coltivazioni" dell'India e dell'Indonesia, ed è conosciuta ed utilizzata ormai da diverse migliaia di anni.
Per gli esperti ebanisti ed i restauratori di mobili di pregio sparsi in tutto il mondo, rimane a tutt'oggi la tipologia di finitura d'elezione.
A fronte di questa ampia notorietà, non è altrettanto diffusa una conoscenza minimamente approfondita sulle origini, la produzione e le qualità di questo prodotto unico.

Trattandosi di una sostanza assolutamente naturale, eco-compatibile, rinnovabile, biodegradabile e auto-sostenuta dai cicli vitali degli animali che la producono, con la crescente consapevolezza, a livello mondiale, della necessità di una maggiore attenzione ai problemi dell'inquinamento e di tutela dei delicati equilibri ambientali, la materia prima da cui si ricava la gommalacca sta ritornando a riscuotere interesse commerciale, non solo tra gli appassionati della finitura tradizionale dei mobili in legno.

In questa scheda sono stati raccolti, organizzati e rielaborati dati ed informazioni sulla gommalacca, tratti da molteplici risorse disponibili in rete, al fine di consentire anche agli appassionati della lavorazione del legno di prendere confidenza con questa affascinante sostanza, così da renderne più consapevole (e piacevole) l'impiego come opzione di finitura.




Un po' di storia...


La gommalacca può essere forse considerata il capostipite della moderna industria della plastica e in effetti uno degli obiettivi di questo settore fu proprio quello di replicarne le caratteristiche per via sintetica, con l'obiettivo di mantenerne i pregi, ma cercando di sopperire ai (relativamente pochi) difetti.

E' interessante osservare che, originariamente, la coltivazione della gommalacca non fu destinata alla produzione di resina, ma all'estrazione della tintura che gli conferisce il caratteristico colore rosso-ambrato.

L'uso di tinture estratte dalla gommalacca può essere fatto risalire almeno al 250 d.C., trovandosi riferimenti ad essa in scritti romani dell'epoca, ma non è azzardato pensare che, al pari di molti altri testi del periodo imperiale, anche questi furono probabilmente copiati da (o comunque "ispirati" a) scritti ellenici, quindi si puó supporre che la tintura fosse già conosciuta almeno cinque secoli prima.

Gli inglesi la "riscoprirono" nel 1790, dandole il nome di "lac dye" (tintura di lacca) e, mescolandola con la cocciniglia, un'altro colorante rosso, la usarono per tingere le famose Giubbe Rosse.

Il colorante estratto dalla gommalacca è rimasto una merce preziosa solo fino alla metà del 1800 quando, con la scoperta delle prime aniline, le tinture di sintesi soppiantarono l'industria di quelle naturali, ma, fortunatamente, a quel tempo ormai l'uso della resina era già ben consolidato e la perdita di valore della tintura ebbe un impatto minimo sulla produzione della gommalacca.

L'opera di uno scrittore inglese risalente al 1590, redatta sulla base di appunti di viaggio raccolti durante una sua visita in India, compiuta allo scopo di documentare le culture locali, fornisce invece una delle prime osservazioni note di applicazione della resina di gommalacca in tornitura:

"Un blocchetto di lacca solida (del colore voluto) viene premuto contro l'oggetto in rotazione, il cui attrito la fonde favorendone l'ingresso nei pori del legno e consentendone la stesura di un sottile strato (dello spessore di un'unghia umana), che successivamente viene distribuito, uniformato e lucidato (tramite stroppa o pagliericci) fino ad ottenere una lucentezza simile a quella del vetro. In India, tutte le suppellettili della casa viene trattata in questo modo".
(dal libro "Shellac; its production, manufacture, chemistry analysis, commerce and uses" di Ernest Parry, edito da Sir Isaac Pitman & Sons - Londra - 1935).

Impressionante osservare come ancora oggi, molti di noi, utilizzino modalità analoghe per la finitura dei pezzi torniti!

L'impiego della resina, benché conosciuta ed usata in occidente almeno fin dal 1600 (Stradivari la utilizzava come componente per le vernici applicate ai suoi violini!), si impose su larga scala solo dagli inizi del 1800, quando rimpiazzò quasi completamente gli altri metodi (a cera o con olii), continuando a rimanere la finitura più diffusa almeno fino all'avvento delle lacche alla nitrocellulosa, introdotte sul mercato tra gli anni '20 e gli anni '30 del ventesimo secolo.



Come gli insetti producono la gommalacca


La gommalacca si distingue per essere l'unica resina commerciale di origine animale. Viene prodotta da un piccolo insetto rosso, il Laccifer lacca (noto anche con i nomi Kerria lacca, Carteria lacca e Tachardia lacca) che, nel suo stadio adulto, è all'incirca delle dimensioni di un seme di mela.
Sciami di questi insetti si nutrono e vivono su alcune specie di alberi (comunemente chiamati "alberi della lacca"), in India e Thailandia, vale a dire i principali paesi produttori di gommalacca.

Image
Disegno di una larva di Laccifer lacca


Image
Disegno di un esemplare adulto (maschio) di Laccifer lacca


La parola inglese "lac" deriva dalla parola Hindi "Lakh" che a sua volta ha origine dal Sanscrito "Laksh", che rappresenta il numero centomila. Pare quindi che già i popoli antichi che conoscevano la lacca avessero una chiara idea dell'enorme numero d'insetti necessari per ottenere la resina.

Queste piccole creature sono dotate di un enorme potere distruttivo ma, nonostante questo, costituiscono quasi sempre una componente critica degli ecosistemi di molte regioni.

Il ciclo vitale di questi insetti abbraccia l'arco di circa sei mesi (suddiviso in quattro stadi di sviluppo: uovo, larva, pupa e adulto), trascorsi interamente a nutrirsi, a riprodursi e a secernere lacca come bozzolo protettivo per le loro larve.

Durante certe stagioni dell'anno, i piccoli insetti rossi sciamano in numero così elevato che in alcuni momenti gli alberi assumono una colorazione rossa o rosata.

Una volta posatisi su rami e rametti, essi protrudono delle proboscidi simili ad aculei che penetrano nella corteccia. Succhiando la linfa, essi cominciano ad assorbirla fino alla morte: nella tradizione della gommalacca questa è in effetti chiamato il "banchetto della morte".

Mentre mangiano si riproducono ed ogni femmina depone da cento fino a cinquecento uova prima di perire.
La deposizione avviene sotto forma di una "covata di lacca" che fornisce riparo e protezione alle uova che si schiuderanno entro breve liberando le piccole larve (lunghe approssimativamente 0,5 millimetri) che lasceranno la covata per posarsi su altri ramoscelli nelle vicinanze e dare inizio a loro volta al banchetto ininterrotto a base di linfa.

Bene equipaggiante a tale scopo, ognuna è "armata" di una bocca allungata a forma di proboscide che viene utilizzata per succhiare la linfa di cui si cibano e che, una volta digerita, subisce una trasformazione chimica per poi essere essudata dal loro corpo e a contatto con l'aria si indurisce andando a costituire una barriera di protezione dall'attacco di eventuali predatori: in breve tempo, il duro strato resinoso ricopre quasi completamente il corpo della larva, fatta eccezione per piccole aperture per la bocca, l'ano e la respirazione. Gli insetti maturano fino allo stadio adulto sotto questo strato protettivo, che si estende su tutto lo sciame andando a formare una crosta unica che avvolge i ramoscelli, e sotto di essa entrambi i sessi diventano maturi per la riproduzione dopo circa otto settimane.

Durante questo periodo, l'insetto maschio subisce una metamorfosi radicale, perdendo la proboscide in cambio di antenne, gambe ed un solo paio di ali. La cella di lacca in cui giaciono gli esemplari maschili è leggermente più allungata e dispone di una specie di "botola" rotonda, dalla quale l'insetto adulto fuoriesce per espletare il suo unico compito, vale a dire quello di camminare sopra le femmine per fecondarle, dopodiché il suo destino sarà solo quello di morire...

All'interno di celle di lacca di forma rotondeggiante sono invece racchiusi gli esemplari femminili, destinati a rimanere fissati al loro ramoscello: nella metamorfosi larvale la femmina mantiene l'apparato boccale, ma non sviluppa né ali né occhi e sebbene arrivi a possedere rudimentali antenne e le gambe, rimane completamente immobile, più somigliante ad un organismo dotato di conchiglia che ad un insetto. In effetti, le femmine sono poco più che organismi produttori di uova.

Solo il cinque per cento circa degli insetti ammassati sugli alberi sono di sesso maschile, quindi sono le femmine la principali produttrici di gommalacca.

Mentre l’insetto femmina continua a secernere la lacca, essa si prepara a morire dopo aver prodotto un fluido nel quale le sue uova matureranno e dalle quali emergerà l’approvvigionamento di insetti con i quali si avrà un nuovo processo di sciamatura per dare il via alla successiva stagione di raccolta della gommalacca.

Anche i maschi, dopo aver fecondato le orde di femmine, iniziano il loro banchetto della morte. Anche se essi contribuiscono relativamente poco alla produzione della crosta di gommalacca, ne hanno comunque già assicurato un ampio rifornimento proprio perché le femmine aumentano moltissimo la loro produzione di lacca una volta fecondate.

La grande massa di insetti maschi e femmine di ciascun albero diventa gradualmente meno attiva a mano a mano che la copertura a guscio si forma sopra di loro. Nel sesto o settimo mese, le nuove generazioni cominciano a emergere da sotto la crosta e sciamano verso altre aree per alimentarsi.

La coltivazione della gommalacca produce un ottimo raccolto semplicemente aiutando le larve a trovare la migliore collocazione per i loro banchetti. Ciò si ottiene semplicemente tagliando i rami carichi di lacca da un albero infestato qualche giorno prima che le larve emergano da sotto la crosta. Un fascio di questi ramoscelli, noto appunto come "covata di lacca" ("brood lac"), viene legato ad un albero non infestato sul quale siano presenti freschi germogli. Ciò si traduce in un tasso di sopravvivenza più elevato per gli insetti e un rendimento maggiore di lacca, in quanto è sufficiente un piccolo fascio di "covate di lacca" per infestare completamente un albero.
Nessun'altra particolare attenzione è richiesta fino a quando la gommalacca viene effettivamente raccolta.



Come viene raccolta la lacca


Alla fine del ciclo di vita degli adulti, poco prima o poco dopo la sciamatura delle nuove generazioni d’insetti, le popolazioni locali cominciano a raccogliere le incrostazioni di lacca dagli alberi: di norma viene effettuato un solo raccolto per ogni albero, anche se di covate ne avvengono in genere due all’anno.

I nativi raccolgono milioni di ramoscelli incrostati di lacca, chiamati "sticklac", che vengono poi trasferiti a piccole fabbriche o a centri di raffinazione dove la crosta di lacca viene raschiata (se questa operazione non è già stata effettuata dai raccoglitori stessi) e poi trasformata.

Image
"sticklac" ammassati dopo la raccolta


La resina viene raccolta anche nei boschi e nei frutteti, percuotendo i rami con un mazzuolo di legno: in questo caso, il materiale grezzo viene chiamato "grainlac".

In entrambi i casi, si tratta del primo passo nel ciclo di raccolta e trasformazione della resina di gommalacca.

La qualità e il valore della "sticklac" e della "grainlac" dipendono da una serie di fattori, come il tipo di albero che ha ospitato gli insetti, il clima, se il raccolto è avvenuto prima o dopo la sciamatura delle larve e soprattutto non può essere lasciata in questa forma molto a lungo, perché la sua qualità tende a deteriorarsi piuttosto velocemente.

Image
Rappresentazione schematica della raccolta e prima raffinazione della lacca


Nei centri di raffinazione, la “sticklac” (e/o la "grainlac") viene triturata, di solito utilizzando una semplice macina azionata a mano: in questa fase, il trito di lacca contiene ancora una miscela di resina, resti di insetti, pezzi di ramoscelli ed altre impurità, quindi viene fatta passare attraverso setacci a maglie non troppo fitte allo scopo di rimuovere i resti di legno di dimensioni maggiori.

Dopo la triturazione e la setacciatura, la lacca viene immersa in acqua per diverse ore in grandi vasi a forma di coppa, alti all'circa sessanta centimetri e caratterizzati da una superficie interna rugosa.

Un operaio (detto “ghasandar”) salta all’interno del contenitore e pesta la lacca per pigiarla contro le superfici ruvide del catino: questa azione meccanica determina la rottura delle celle di lacca che liberano così la tintura e i resti degli insetti. La lacca pestata viene sciacquata per separarla dal colorante, quindi stesa su piazzali di cemento per farla asciugare al sole.

La lacca essiccata viene chiamata “seedlac” a causa del suo aspetto simile ad una graniglia e varia in colore dal giallo limone pallido al rosso scuro: in questa forma, la sua conservazione può avvenire per un tempo molto più lungo rispetto a quello consentito dalla "sticklac" o dalla "grainlac".

Image
Essiccazione della "seedlac"
(Per gentile concessione di Shellac.net)



Image
Dettaglio della "seedlac"




Produzione manuale della gommalacca


Questo processo sfrutta un metodo primitivo che viene ancora oggi utilizzato da piccole fabbriche locali per la produzione di gommalacca in scaglie. Di norma vengono impiegati tre operai che svolgono tutta la lavorazione dall’inizio alla fine.

Si comincia inserendo la “seedlac” da raffinare all’interno di un lungo sacco cilindrico che per forma e dimensioni ricorda una manichetta antincendio da due pollici (circa 5 cm). Questi sacchi hanno lunghezza variabile tra 25 a 40 piedi (da circa 7,5 fino a oltre 12 metri).
Piccole porzioni di questo lungo sacco vengono riscaldate in modo uniforme ruotandole lentamente di fronte ad una fornace a carbone chiamata “bhatta”. Mentre un aiutante ruota l’altra estremità del sacco, l’operatore, chiamato “karigar”, trattiene il capo riscaldato e lo spreme per favorire la fuoriuscita della lacca fusa dalle maglie della tela. L'aiutante all’altra estremità continua ad imprimere il movimento rotatorio al sacco che viene così strizzato, spingendo altra lacca grezza verso il “karigar”.

Image
Il “karigar” presso il forno
(Per gentile concessione di Shellac.net)


Il "karigar" lascia cadere la gommalacca fusa che trasuda dalla tela sulla pietra antistante la fornace, preventivamente inumidita con acqua, raschiando periodicamente la superficie del sacco con una spatola. Per prepararsi alla fase successiva, raccoglie ripetutamente la lacca colata sulla pietra e la rimette sul sacco in rotazione, imbastendola avanti e indietro per ottenere una fusione viscosa ed uniforme.

La lacca così ammorbidita viene passata ad un “bhilwaya” che ha il compito di trasformarla in fogli sottili: con una striscia di foglia di palma, distribuisce la lacca fusa su un vaso cilindrico di ceramica riempito di acqua calda, ricavandone una lastra di circa due piedi (60 cm) quadrati per un quarto di pollice (6 mm) di spessore.

Stando davanti al fuoco, il “bhilwaya” manipola la lastra per ammorbidirla in modo uniforme quindi, utilizzando mani, piedi e denti, la tira fino ad ottenere un foglio sottile come carta delle dimensioni di circa 5 piedi (circa 150 cm) per 4 piedi (circa 120 cm).

Image
Il “bhilwaya” stira la lastra di gommalacca
(Per gentile concessione di Shellac.net)


Il foglio così ottenuto viene lasciato raffreddare ed indurire, per poi essere frantumato in scaglie.

Nel caso ce ne fosse richiesta, il “bhilwaya” opterà invece per la produzione di “button lac” (gommalacca in bottoni): invece di stirare la lacca fusa in fogli sottili, il “bhilwaya” la raccoglie dal sacco in torsione aiutandosi con una spatola e la distende in forma di disco (“bottone”) del diametro variabile tra uno e tre pollici (da 2,5 a 7,5 cm circa). Prima che indurisca completamente, ciascun “bottone” viene fregiato con il sigillo del produttore.

Image
Produzione della "button lac"
(Per gentile concessione di Shellac.net)


Il processo di lavorazione a caldo della "button lac" dovrebbe determinare la polimerizzazione della lacca, conferendogli un grado di durezza e di maggior resistenza all'umidità che può essere preferibile in alcune applicazioni (fonte Shellac.net).




Gommalacca prodotta a macchina


La gommalacca prodotta tramite moderni mezzi meccanici viene chiamata “gommalacca prodotta a macchina”, principalmente allo scopo di distinguerla da quella raffinata tramite le tecniche manuali (e, francamente, più affascinanti) degli indigeni.

Possono essere utilizzati due distinti processi di produzione: uno basato sulla fusione (processo termico) e l’altro sull’estrazione tramite solvente.

Nel processo termico, la “seedlac” viene fusa su griglie riscaldate a vapore ed il composito fuso viene forzato, tramite pressione idraulica, attraverso una griglia a maglie sottili. La gommalacca filtrata, ancora fusa, viene raccolta in una caldaia riscaldata a vapore e da qui viene trasferita su rulli che la comprimono facendola fuoriuscire sotto forma di un sottile foglio che verrà poi frantumato in scaglie, il cui spessore viene controllato regolando la pressione del rullo stesso.

Image
Il foglio continuo di gommalacca esce dai rulli
(Per gentile concessione di Shellac.net)


Image
Essiccazione dei fogli di gommalacca prima della frantumazione in scaglie
(Per gentile concessione di Shellac.net)


Tutta la gommalacca in scaglie prodotta in questo modo contiene cera.


Con il processo a solvente si producono tre tipi di gommalacca:

  1. Per la qualità che include la componente cerosa, “seedlac” grezza e alcool vengono inseriti in un serbatoio di dissoluzione. La soluzione viene mantenuta in agitazione per circa un'ora e poi filtrata per eliminare le sostanze insolubili. La gommalacca filtrata viene passata attraverso una serie di evaporatori nei quali viene concentrata fino ad ottenere una fusione viscosa, che viene poi lasciata cadere sui rulli che la trasformano in fogli per la successiva frantumazione in scaglie.
    Le tipologie di gommalacca più scure, contenenti cera, come la Garnet, sono prodotte in questo modo.

  2. Le qualità decerate vengono preparate dissolvendo la “seedlac” in alcool ad alta gradazione raffreddato, oppure in alcool a più bassa gradazione ma riscaldato. La soluzione che ne risulta viene fatta passare attraverso una filtropressa (http://it.wikipedia.org/wiki/Filtropressa) che ne rimuove la cera e da qui la gommalacca filtrata viene poi concentrata tramite evaporazione ed ancora una volta il composto viscoso viene infine ridotto in scaglie.
    La gommalacca decerata Lemon e quella decerata Garnet vengono entrambe prodotte utilizzando questo processo.

  3. Le qualità decerate/sbiancate vengono preparate con lo stesso procedimento descritto per le semplici decerate, ma dopo la rimozione della componente cerosa, le soluzioni vengono forzate attraverso filtri ai carboni attivi che ne riducono le componenti a colorazione più scura.
    Variando la quantità di carboni, il tempo di contatto e la qualità dei “seedlac” di partenza, si possono ottenere diverse qualità di gommalacca, di colore variabile dal giallo chiaro al paglierino molto pallido.
    Esempi di queste qualità includono la Blonde, la Super Blonde e la Ultra Blonde.




Produzione della gommalacca decolorata ("bleached")


Sebbene la maggior parte del colorante rosso presente nella lacca grezza possa essere rimosso per mezzo dei carboni attivi, una certa tonalità rosso-arancio rimane comunque: per molte applicazioni, tuttavia, è preferibile una finitura quasi incolore.

La gommalacca nella varietà di tipo “Kusmi”, pur essendo di colore estremamente chiaro, è molto costosa e non è disponibile in quantità significative su scala commerciale.

Nella prima parte del diciannovesimo secolo è stato sviluppato un processo di sbiancamento della gommalacca che ha risolto questo problema per mezzo di trattamenti poco costosi, in grado di produrre enormi quantità gommalacca dalla colorazione molto pallida.

Il processo di sbiancamento comincia facendo disciogliere la “seedlac”, che risulta solubile in alcali, in una soluzione acquosa di carbonato di sodio, che viene poi centrifugata o fatta passare attraverso un filtro a maglie sottili per rimuovere tutto il materiale rimasto insoluto.

Il passo successivo consiste nel “candeggiare” la soluzione raffreddata con ipoclorito di sodio diluito fino ad ottenere il grado di decolorazione desiderato. La gommalacca viene quindi fatta precipitare mediante aggiunta di acido solforico diluito, poi filtrata, lavata con acqua, sminuzzata ed infine immessa in essiccatoi a vuoto.

Il prodotto finale ha una consistenza granulosa e viene disciolto in alcool ottenendo una soluzione lattiginosa di colore vicino a quello del miele.

Sia la qualità chiara che quella “Bulls Eye” ambrata contengono entrambe dal tre al cinque percento di cera naturale, che conferisce loro l'aspetto un po' lattiginoso in soluzione, ma che non pregiudica la trasparenza e la chiarezza del film secco.

Mentre attrezzature e macchinari più efficienti hanno sostituito gran parte del lavoro manuale che veniva svolto nella produzione della gommalacca durante il diciannovesimo secolo e agli inizi del ventesimo, il processo di sbiancatura non è sostanzialmente cambiato in oltre 100 anni.




Zone di coltivazione


India e Thailandia sono le principali aree del mondo dove si coltiva la materia prima.

Oltre il 90% della lacca indiana proviene dagli Stati del Bihar, Madhya Pradesh, Bengala Occidentale, Maharashtra e Orissa.

Gli insetti da lacca prosperano su alcune specie di alberi, che in India sono il Palas (Butea monosperma), il Kusum (Schleichera oleosa), e il Ber (Ziziphus mauritiana), mentre in Thailandia l'albero della pioggia (Samanea saman) è l'ospite principale.

Tecnicamente, gli insetti produttori della lacca appartengono a specie che notoriamente sono considerate parassite della vegetazione forestale, ma in questo caso i vantaggi economici superano di gran lunga il danno che gli sciami possono produrre agli alberi ospiti.

L'India esporta diverse qualità di gommalacca, alcune prodotte a mano, altre a macchina, ed anche una limitata quantità di residui della lavorazione, denominati "kiri", "molamma", ecc.
La Thailandia esporta sia "sticklac" che "seedlac".

Oggi l'India è responsabile del 50% della produzione mondiale di gommalacca, la maggior parte della quale destinata all'esportazione.




Le diverse qualità di gommalacca


Dalle descrizioni che sono state fatte del processo completo che porta dagli insetti produttori alla materia finita per la commercializzazione, si può facilmente capire che sono molteplici le variabili che concorrono a determinare le caratteristiche della gommalacca, che esiste ed è offerta sul mercato sotto nomi diversi a seconda della qualità, del colore, del contenuto di cera, del tipo di lavorazione, ecc.

A complicare le cose, le diverse qualità della materia prima sono identificate con nomi indiani!

In particolare, in base della diverse tipologie di secrezioni resinose prodotte dagli insetti della lacca a seconda degli alberi sui quali si sono insediati, vengono utilizzate le seguenti denominazioni:

  • Kusumi (oppure Kusmi), per la resina prodotta dagli alberi Kusum o comunque da altre specie di alberi ma che siano stati "coltivati" utilizzando "covate di lacca" provenienti da alberi Kusum;
  • Rangeeni, per la resina prodotta da alberi diversi dal Kusum.


A seconda del periodo di raccolta (indicato con i nomi dei mesi Hindi), abbiamo invece seguenti le denominazioni:

  • per le resine di tipo Kusumi, i due raccolti sono:
    • Jethwi (Giugno/Luglio)
    • Aghani (Gennaio/Febbraio)

  • per le resine di tipo Rangeeni, i due raccolti sono invece:
    • Karrtiki (Ottobre/Novembre)
    • Baisakhi(1) (Maggio/Giugno)


(1)A livello commerciale il raccolto Baisakhi viene normalmente indicato con i nomi alternativi bysakhi oppure bysacki
.

Alcuni esempi di differenti qualità di gommalacca che possono incontrarsi sul mercato (soprattutto
quello estero, visto che da noi in Italia è già un miracolo trovarne un paio):

  • ButtonLac - Kusmi #1 (Amber)
    Image
    (Per gentile concessione di Shellac.net)


  • ButtonLac - Bysakhi (Brownish Toned)
    Image
    (Per gentile concessione di Shellac.net)


  • LEMON - GOSSAMER - Machine Made TN
    Il processo di produzione a macchina denominato "TN" deriva il suo nome dalle iniziali dei nomi dei suoi inventori, Tularam e Nathulal (fonte Shellac.net).
    Da notare che, per altre fonti, la denominazione "TN" viene invece definita come "Truly Native" (!) e si riferisce invece al processo di produzione manuale tradizionale effettuato direttamente (o in prossimità) dei luoghi di raccolta, per distingurla dalla gommalacca prodotta in altre zone a partire dalla seedlac.
    Image
    (Per gentile concessione di Shellac.net)


  • LEMON (Yellow / Orange)
    Image
    (Per gentile concessione di Shellac.net)


  • GARNET Dewaxed
    Image
    (Per gentile concessione di Shellac.net)


  • BLONDE Dewaxed
    Image
    (Per gentile concessione di Shellac.net)


  • SUPER BLONDE Dewaxed
    Image
    (Per gentile concessione di Shellac.net)


  • PLATINA (platinum) Dewaxed
    Image
    (Per gentile concessione di Shellac.net)






Conservazione


La gommalacca secca reagisce con se stessa quando viene esposta all'umidità, formando polimeri che sono insolubili in alcool e la decerata è ancora più suscettibile a questo problema: le scaglie, asciutte, possono quindi essere conservate per un tempo indefinito solo se mantenute in sacchetti o contenitori (non metallici!) a tenuta stagna, preferibilmente sotto vuoto.
Utilizzare un luogo fresco e asciutto per la conservazione: un frigorifero è anche meglio.

Un test per capire se la gommalacca secca è vecchia o è stata conservata male consiste semplicemente nel sciogliere le scaglie in alcool: la maggior parte della resina dovrebbe essere completamente disciolta entro tre giorni. Se invece, passato questo tempo, si osserva ancora una massa gelatinosa sul fondo del contenitore, significa che la gommalacca ha superato la sua scadenza naturale e ne è sconsigliato l'utilizzo. ATTENZIONE: se si sta impiegando gommalacca non decerata è normale che sul fondo della soluzione si depositi la componente cerosa quindi, parlando di massa gelatinosa indisciolta, non ci si riferisce alla cera ma proprio alla resina.

A volte, nei mesi estivi, le scaglie di gommalacca possono raggrumarsi: questo in genere non è segno di cattiva qualità o di "vecchiaia", ma semplicemente la conseguenza del fatto che la gommalacca comincia a fondere già a basse temperature: è sufficiente rompere i grumi con un martello o in un mortaio e poi procedere alla normale dissoluzione in alcool.

Una volta in soluzione alcoolina, la gommalacca subisce un processo chimico noto come esterificazione: in pratica, nel tempo, l'alcool modifica chimicamente le resine dure della gommalacca, trasformandole in una gomma appiccicosa che non essicca più in modo adeguato. Le soluzioni pronte di gommalacca, se prodotte da ditte serie, dovrebbero sempre riportare la data di produzione e/o quella di scadenza.

Da osservare che, su questo punto della "scadenza" della gommalacca in soluzione esistono pareri assai discordi: esiste infatti tutta una "scuola di pensiero" che sostiene che le soluzioni di gommalacca sono tanto migliori quanto più sono "invecchiate"!

In ogni caso, come regola generale, è sempre meglio partire dalle scaglie secche e mettere in soluzione solo le quantità di gommalacca che presumibilmente verranno utilizzate entro i sei mesi successivi.
Prima di utilizzare una soluzione pronta (acquistata o preparata in casa), conviene effettuare un semplice test per verificarne la bontà: se ne fa cadere una goccia su un ripiano di vetro e se dopo 5-10 minuti non è completamente asciutta o comunque si rimuove formando una massa gelatinosa, significa che la soluzione ha superato la sua scadenza ed è meglio non utilizzarla.



Contributi multimediali



In questo interessantissimo video di Vijay Velji possiamo quasi toccare con mano molti
degli aspetti relativi all'origine, la raccolta, il trattamento e la produzione della gommalacca
che sono stati descritti in precedenza:







Conclusioni


In questa scheda si è cercato di fornire una panoramica sufficientemente esaustiva del ciclo di produzione della gommalacca e delle sue caratteristiche.

Non sono state volutamente affrontate le applicazioni pratiche della gommalacca in falegnameria, che saranno eventualmente oggetto di altre schede.

E' comunque già disponibile, in questa stessa area contenuti, un video sulla finitura a mezza cera, nel cui processo di applicazione viene proprio impiegata la gommalacca:

La finitura a mezza cera




Bibliografia











  
 legnofilia [ Gio 09 Dic, 2010 22:34 ] Commenta questa notizia Stampa l'argomento Segnala via email l'argomento